Quel sentire comune perso del Primo Maggio

Giovanni Passariello • 2 maggio 2023

Finché si continueranno a difendere una sorta assistenzialismo finalizzato al “voto di scambio”, senza un reale aiuto ai veri bisognosi e la possibilità di innescare un processo di crescita professionale per gli aventi diritto, nonché una feroce imposizione fiscale che ancora oggi va a scapito dei lavoratori, esclusivamente per favorire una presenza pubblica eccessiva in beni e servizi, che, comunque, presentano notevoli défaillance a scapito dei cittadini - basti pensare ai trasporti, alla sanità, alle scuole dove si spendono a vuoto milioni e milioni di euro che impattano negativamente sul bilancio dello stato – la Festa dei lavoratori sarà solo un’apparente ed inconsistente icona senza più contenuti reali, come quelli che 140 anni fa determinarono con forza e coraggio la crescita dei diritti dei lavoratori sulla base di una dignità del lavoro che oggi continua a perdersi.


La celebrazione del 1° maggio, festa dei lavoratori o festa del lavoro è nata negli Stati Uniti, grazie al coraggio di migliaia di lavoratori americani e non solo che hanno combattuto per i propri diritti e per una vera crescita economica.

La data di questa ricorrenza non è casuale e fa riferimento a fatti di sangue a seguito di una lotta per i diritti di chi lavorava e che, nelle piazze e nelle strade, ha perso la vita negli scontri con la polizia. Tutto è legato alle manifestazioni che si tennero a Chicago nel maggio del 1886.


Le prime forme di protesta dei lavoratori ebbero in realtà origine già nel 1880, ma il raggruppamento maggiore di operai si raggiunse solo nel 1886, quando la mobilitazione coinvolse 12 mila fabbriche e 400 mila lavoratori. Il motto era: 8 ore di lavoro/8 ore di svago/8 ore di sonno.

Il 3 maggio del 1886 i lavoratori si riunirono di fronte ai cancelli della fabbrica di macchine agricole McCormick della città di Chicago. Il corteo ospitava oltre 80 mila persone e ben presto si perse il controllo, finendo in tragedia. Dal 1891, nello stesso giorno in Italia, a Cuba, in Russia, Cina, Messico, Brasile, Turchia e in diversi Stati dell’Unione Europea si celebra la Festa dei lavoratori. L’istituzione di questa data venne ratificata dai delegati socialisti durante la Seconda Internazionale tenutasi nella Capitale francese nel 1889.


Dopo la sospensione della celebrazione della festa dei lavoratori, voluta da regime fascista, il 1° maggio del 1947 si verificò quella che è passata alla storia come la strage di Portella della Ginestra, località montana del comune di Piana degli Albanesi, in Provincia di Palermo. Qui si erano infatti riuniti circa 2 mila lavoratori, soprattutto contadini, per celebrare la ricorrenza protestando contro il latifondismo a favore dell’occupazione delle terre incolte. In quell’occasione però il bandito Salvatore Giuliano insieme ai suoi uomini - per mano della politica locale che voleva fermare le proteste - sparò sulla folla provocando una carneficina: 11 morti, 27 feriti.


C’è chi si domanda se ha ancora senso ricordare la Festa dei lavoratori il 1° maggio o se il sistema è ormai cambiato in favore di questi. Abbandonare la “festa” vorrebbe però dire che non c’è più motivo di preoccuparsi per le condizioni di lavoro nel nostro Paese, anche se a ben vedere non è così.

Il 1° maggio 2023 il governo Meloni ha presentato il decreto Lavoro, un gesto che secondo la CGIL, il maggior sindacato italiano, appare del tutto “simbolico” finalizzato ad indebolire il 1° maggio e a contrapporre i lavoratori poveri dai poveri senza lavoro.


Tuttavia, questa posizione di una certa sinistra non riformista, sostenuta dalla neo segretaria piddina Schlein e da quanto resta del movimento 5 stelle, ampiamente legata a tematiche di lotta che non rispondono più alle esigenze di una società e di un lavoro ormai decisamente mutato negli ultimi decenni, si sposa con una realtà demagogica e populista che tende a screditare l’onorabilità del lavoro a favore di sostegni statali nei confronti di coloro la cui povertà scaturisce essenzialmente sulla difficoltà di crescita economica, specialmente al sud Italia.


Potremmo risalire a ragioni e motivazioni di carattere culturale andando indietro di secoli e millenni, che hanno formato una mentalità di vita lontana da un’etica del lavoro, come, invece, si è strutturata nei paesi del nord Europa, dove invece prevale una vita realmente fondata sul lavoro e la sua dignità.

Certo, lo scontro sui salari, sulle rivendicazioni nei confronti degli imprenditori padroni che anziché investire, propendono ad accumulare ricchezza propria, è stato fondamentale per il miglioramento ed il raggiungimento dei diritti, che però devono essere sempre legati ai doveri.


Invece, in Italia, ciò che la sinistra non riformista e riformatrice ha imposto sono essenzialmente i diritti fine a sé stessi che trovano il loro habitat naturale, il proprio humus di vita essenzialmente nell’aiuto dello stato, nell’assistenzialismo che, ovviamente, non può che essere finanziato da una tassazione altissima, in primo luogo proprio ai danni dei lavoratori ed anche nei confronti di un’imprenditoria che trova sempre più difficoltà nell’operare investimenti e creare, di conseguenza, lavoro.


La contraddizione dei sindacati italiani e della vetero sinistra è proprio in questo: si chiede più lavoro, più diritti, più sicurezza, ma si contrasta la libertà imprenditoriale, l’abbassamento delle tasse, la possibilità di crescita economica non fondata sull’assistenza statalista, ma sulla vera e reale crescita economica.

Ovviamente, una grande responsabilità vi è anche nell’industria privata che ha sempre, di concerto con quella cultura sindacalistica, richiesto assistenza e aiuto allo stato, a scapito del vero rischio imprenditoriale che è la vera sostanza della crescita.


Cosa dovrà rappresentare realmente la Festa dei Lavoratori?


Finché si continueranno a difendere una sorta assistenzialismo finalizzato al “voto di scambio”, senza un reale aiuto ai veri bisognosi e la possibilità di innescare un processo di crescita professionale per gli aventi diritto, nonché una feroce imposizione fiscale che ancora oggi va a scapito dei lavoratori, esclusivamente per favorire una presenza pubblica eccessiva in beni e servizi, che, comunque, presentano notevoli défaillance a scapito dei cittadini - basti pensare ai trasporti, alla sanità, alle scuole dove si spendono a vuoto milioni e milioni di euro che impattano negativamente sul bilancio dello stato – la Festa dei lavoratori sarà solo un’apparente ed inconsistente icona senza più contenuti reali, come quelli che 140 anni fa determinarono con forza e coraggio la crescita dei diritti dei lavoratori sulla base di una dignità del lavoro che oggi continua a perdersi.

 

di Giovanni Passariello


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